Le famiglie italiane, diverse e fragili

Negli ultimi anni si sono verificati, nelle famiglie italiane, notevoli cambiamenti. Sempre meno famiglie “tradizionali”. Crescono, invece, divorzi, separazioni e nuovi modelli famigliari. E il loro potere d’acquisto si è fortemente ridotto.

Di questi cambiamenti si occupa Francesco Cancellato in un articolo pubblicato su www.linkiesta.it.

“Pietra angolare della società, cuore pulsante del sistema produttivo, complemento fondamentale del welfare, campo di battaglia per le tenzoni politico-elettorali e, abbiamo riscoperto di recente, target fondamentale per i più noti brand della trasformazione alimentare.

Difficile parlare di qualunque cosa, in Italia, senza parlare di famiglia. Anche un’organizzazione che di solito si occupa di piccole e micro imprese, come Confartigianato, ha rivolto la propria attenzione alle famiglie, dedicando loro uno spazio tra le risorse fondamentali per ricostruire il benessere e le comunità italiane al festival della Persona (che si è tenuto a Verona tra il 19 e 20 settembre scorsi), in cui, tra gli altri, è intervenuto il prof. Antonio Golini, importante demografo italiano e presidente vicario dell’Istat, con una relazione sulla metamorfosi delle famiglie italiane.

Metamorfosi, già. In Italia vivono sempre meno famiglie ‘tradizionali’ (uomo, donna, sposati con prole, per capirci).

Tanto per dire: nel 2011 sono stati celebrati 205.000 matrimoni, diecimila in meno circa rispetto a quelli celebrati nel 1943, in piena seconda guerra mondiale. Peraltro, diminuiscono soprattutto le prime nozze tra sposi entrambi di cittadinanza italiana: 155.395 celebrazioni nel 2011, circa 37.000 in meno negli ultimi quattro anni. Crescono, invece, divorzi, separazioni e nuovi modelli famigliari, siano essi single con o senza prole, conviventi, risposati: ben 12 milioni di persone, un italiano su cinque, vive in famiglie di questo tipo.

Fossimo nei panni di un imprenditore, tuttavia, ci preoccuperemmo poco delle diverse forme entro cui il concetto di famiglia si manifesta, quanto piuttosto del loro potere d’acquisto.

L’anno scorso, il 12,7% delle famiglie (quasi dieci milioni di persone) era relativamente povero mentre il 6,8% lo era in termini assoluti (quasi cinque), con un tasso di severa deprivazione grave che tra il 2007 e il 2011 è quasi raddoppiato (nessuno in Europa, in proporzione, fa peggio di noi). A soffrire di più le famiglie con figli e quelle che si dividono, con il divorzio che arriva ad essere uno dei principali fattori di rischio economico.

Quanto i poveri – anzi, forse ancora di più – preoccupano gli impoveriti.

Il potere d’acquisto delle famiglie, dall’inizio della crisi, è calato di 6 punti percentuali, 4,8 solamente tra il 2011 e il 2012. I consumi reali calano, come logico attendersi, ma crolla anche la propensione al risparmio e il risparmio effettivo. Al contrario aumenta specularmente la percentuale delle famiglie che attingono al capitale risparmiato negli anni precedenti o che, peggio ancora, si indebitano (nel 2012 è successo al 6% delle famiglie).

Se si può restare a galla solo attingendo al patrimonio, l’aumento delle disuguaglianze (tra chi ha un patrimonio e chi può solo vivere nel presente) è quasi fisiologico. Ciò accade soprattutto al Sud – che ha meno reddito e più disuguaglianze – e penalizza prevalentemente le famiglie formate da stranieri, le più prolifiche e quelle il cui reddito è prevalentemente frutto del lavoro (90,6% sul totale del reddito complessivo, contro il 63,8% delle famiglie italiane) e non della rendita.

Ai cultori della tradizione non resta che consolarsi con un dato, apparentemente innocuo, relativo all’asimmetria dei redditi e del lavoro domestico tra i coniugi.

Solo in una coppia su venti, infatti, essi sono equamente distribuiti. Al contrario, le donne italiane, in media, si fanno carico del 77% lavoro domestico (se lavorano) e del 90% (se non lavorano).

Qualche tradizione rimane, insomma. Peccato che esista – e non lo dico io, né l’Istat, ma l’Ocse – una correlazione positiva tra il tasso di occupazione femminile e il tasso di fecondità, così come tra il tasso di fecondità, la crescita economica e il futuro di una nazione.

Se ha ancora senso ragionare delle famiglie come risorsa per un nuovo sviluppo del Paese, se ha ancora un senso sostenere e promuoverle quali soggetti vitale della società, al cui interno sopravvivono valori quali la gratuità, la condivisione, il dono, la fiducia, forse si potrebbe partire proprio da qui: dall’unica tradizione cui proprio non riusciamo a rinunciare”.

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