Gli autistici non sono zombie da guardare con sospetto

Seconda giornata di cavalcata, tra i boschi dell’alta Sabina, per un gruppo di ragazzi con autismo e i padri. Tra loro il giornalista Nicoletti: “Nel nostro civilissimo Paese non esiste un posto a loro misura”. 400.000 famiglie in Italia vivono problemi di autismo.

Del viaggio di questi ragazzi autistici con i loro padri riferisce un articolo pubblicato su www.superabile.it.

“Seconda giornata a cavallo. Sono in dieci, più i padri. A costeggiare campi di girasole e boschi di querce che regalano ombra e frescura, a metà strada tra l’alta Sabina e l’Umbria meridionale.

Loro sono i giovani con autismo raccolti attorno all’associazione ‘L’emozione non ha voce’ per realizzare un’esperienza pioniera in sei tappe: una settimana a cavallo, caschetto in testa e redini in mano, per ‘dimostrare che le loro non sono vite da fantasmi’.

Le parole sono di uno di questi padri di figli speciali, il giornalista Gianluca Nicoletti, che sul rapporto con il figlio Tommy ha scritto anche un bel libro, ‘Una notte ho sognato che parlavi’, e che fino a sabato sul sito della Stampa racconta in un ‘reportage multimediale’ la cavalcata.

‘Il primo giorno di polvere mangiata tra sudore e nitriti è già servito a sentirsi fuori veramente del mondo – dice Nicoletti -. Tanto fuori lo siamo comunque ogni giorno che dobbiamo correre a prendere da qualche parte un figlio che nessuno vuole, per portarlo da un’altra parte dove qualcuno ce lo terrà per qualche ora’.

A cavallo invece i figli autistici sembrano loro a saper guidare i padri. ‘Noi per sei giorni andiamo con loro a cavallo, non penseremo al fatto che non avremo una scuola dove mandarli, che non sapremo chi se ne farà carico quando noi non ce la faremo più, che non vediamo un progetto andare in porto, dei tanti per cui vorremo un po’ d’attenzione dai nostri amministratori sempre indaffarati’.

Le parole di Nicoletti dai boschi laziali arrivano mentre ‘la radio parla di venti di guerra, l’ascoltiamo in cuffia mentre vediamo i nostri ragazzi per la prima volta padroni di un’impresa. Altri ne avranno fatte di ben più epiche e memorabili, noi vogliamo solo dire che esistono 400.000 famiglie in Italia con il nostro problema, perché anche loro abbiano il coraggio di uscire dall’angustia di un figlio indicibile’.

Sono un po’ arrabbiati, questi genitori. Lungi dallo spirito di supereroismo cui spesso sono costrette le persone disabili e i loro familiari, sanno che i 100 chilometri che andranno a percorrere serviranno a dimostrare che ‘gli autistici non sono zombie, esseri strani da guardare con sospetto’, e questi ragazzi ‘conquisteranno un briciolo in più di dignità di esistere, anche oltre le porte chiuse delle loro case, oltre le passeggiatine attorno all’isolato di casa, con l’accompagnatore che li tiene sottobraccio, oltre le interminabili giornate a far nulla, davanti a un televisore acceso, con una madre o un padre sempre più ossessionati dal tempo che gli divora la speranza che qualcosa, o qualcuno, possa assicurare una vita dignitosa a quel figlio struggente’.

Sembra un paradosso, argomenta Nicoletti, ma ‘davvero è difficile raccontare un figlio autistico, soprattutto quando non è più bambino, quando gli cresce la barba e diventa un gigante strampalato per cui nel nostro civilissimo Paese non esiste un posto a sua misura, o per lo meno ne esistono rarissimi, ma di sicuro non nella Capitale d’Italia dove vivono i genitori improvvisati cavalieri’.

In questo mondo ‘neuro-stimolatissimo’, questi genitori vogliono lanciare il messaggio che ‘i nostri figli autistici non sono fantasmi’ e vogliono infondere, con questa cavalcata, coraggio di uscire fuori di casa a quelle 400.000 famiglie italiane che vivono con l’autismo ogni giorno.

‘A forza di vedere volti perplessi, sguardi accigliati o peggio ancora quel retrogusto di commiserazione, non si può proprio fare a meno di montare a cavallo e lasciarsi portare’ dice Nicoletti. E quello che associa questi padri è ‘lo spirito di un branco di lupi, che fa cerchio per difendere la figliolanza’. Ecco allora che i padri devono rimboccarsi le maniche, perché ‘viene un momento che non si può più far finta che qualcuno ci penserà’”.

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