I campi di lavoro in Cina

Generalmente quando nei mass media si scrive di quanto avviene in Cina si fa riferimento soprattutto al notevole sviluppo economico che l’ha contraddistinta negli anni passati e che continua a caratterizzarla anche se a ritmi un po’ più ridotti. Meno frequentemente si  analizza la situazione dei diritti umani che è, invece, pessima. I campi di lavoro, ad esempio, rappresentano una vera e propria vergogna e dovrebbe essere aboliti il prima possibile.

Quanto si verifica nei campi di lavoro in Cina viene preso in esame in un articolo pubblicato su www.ilpost.it.

“Lunedì 15 luglio, una donna è stata risarcita da un tribunale della provincia di Hunan, in Cina, con circa 3.000 yuan (poco più di 300 euro) per essere stata arrestata e detenuta per diciotto mesi in un campo di rieducazione.

La storia di Tang Hui ha suscitato in Cina un ampio dibattito sul sistema giudiziario che concede alla polizia la possibilità di rinchiudere le persone accusate di reati minori – come droga, prostituzione o ‘disturbo sociale’ – nei campi di lavoro, senza dar loro la possibilità di rivolgersi all’autorità giudiziaria.

Nell’ottobre del 2006 sette uomini rapirono la figlia undicenne di Tang Hui, la violentarono e la costrinsero a prostituirsi. La madre si rivolse alla polizia locale che, però, non diede molta importanza al caso, commettendo anche diversi errori durante le indagini.

Tang Hui iniziò a raccontare e a dare visibilità alla propria storia sul web. Tre mesi dopo – in modo poco chiaro, secondo quanto scrive il New York Times – la madre riuscì a liberare la figlia
e si rivolse al tribunale di Changsha, capitale della provincia di Hunan, per denunciare i responsabili del rapimento.

Nel 2012 le sette persone che avevano rapito la figlia di Tang Hui furono arrestate e condannate a varie pene: due di loro furono condannati a morte, quattro all’ergastolo e uno a 15 anni di carcere.

Tang Hui decise di non fermarsi e di presentare una serie di petizioni alla Corte di giustizia di
Pechino per chiedere che venissero puniti anche i mandanti del sequestro. Molti media locali iniziarono a raccontare la sua storia, tanto che nei titoli dei giornali Tang Hui era ormai conosciuta come ‘la mamma delle petizioni’.

Le sue proteste furono spesso plateali, come quando passò diverse ore in ginocchio davanti al tribunale di Changsha. La polizia locale, nell’agosto del 2012, decise dunque di arrestare Tang Hui e spedirla in uno dei campi di lavoro della provincia per un periodo di 18 mesi, con l’accusa di aver compromesso la ‘stabilità sociale”: nel frattempo, nessuno dei tribunali a cui lei si era
rivolta accolse il suo ricorso.

La decisione presa dalla polizia della provincia di Hunan provocò fin da subito una serie di forti proteste e Tang Hui divenne il simbolo della battaglia contro i campi di lavoro cinesi.

Il 15 luglio 2013 l’alta corte del tribunale di Changsha – a cui si era rivolta Tang Hui prima di essere rinchiusa – ha stabilito che la donna dovesse essere liberata e risarcita con 3.000 yuan per ‘violazione della sua libertà’. Il capo della polizia della provincia di Hunan ha anche rivolto pubblicamente le sue scuse a Tang Hui.

Il sistema cinese di punizione e rieducazione ‘attraverso il lavoro’ si chiama laogai e comprende prigioni, centri di detenzione, ospedali psichiatrici e veri e propri campi di lavoro chiamati laojiao.

Il laojiao è un metodo di ‘detenzione amministrativa’ per cui si può essere imprigionati direttamente
dalla polizia senza nessuna sentenza, fino a 3 anni.

I campi di lavoro iniziarono ad essere usati in modo sistematico in Cina a partire dagli anni Cinquanta con Mao Zedong come strumento per punire chi si opponeva al regime (seguendo l’esempio dei Gulag russi). Dopo la morte di Mao, nel 1982, si stabilì che la durata massima della condanna ai laogai fosse di tre anni, ma non ne venne mai messa in discussione l’esistenza.

Anche oggi – nonostante le numerose condanne internazionali e una convenzione dell’Onu che
ne chiede l’abolizione e che la Cina non ha mai ratificato – è un sistema che continua ad essere utilizzato dalla polizia locale per punire i responsabili di reati minori, come tossicodipendenti e prostitute, o i dissidenti di ogni tipo, dagli attivisti religiosi a quelli politici.

Tutti coloro che vengono inviati nei campi di lavoro non hanno la possibilità, dal momento in cui vi entrano, di rivolgersi all’autorità giudiziaria. Le uniche notizie sulle condizioni di vita dei campi le conosciamo attraverso le testimonianze degli ex detenuti come ad esempio Harry Wu, ora cittadino Usa, che ha trascorso nei campi 19 anni e ha scritto libri raccontando la propria esperienza.

Wu ha parlato di uso della denutrizione e della tortura come sistemi punitivi, di sedute periodiche di ‘critica’ e ‘autocritica’ in cui i detenuti si accusano a vicenda, di isolamento e di lavoro forzato fino a 16 ore al giorno.

Sul numero dei campi presenti sul territorio cinese e sul numero dei detenuti non si hanno informazioni ufficiali. La Laogai Research Foundation, organizzazione statunitense che si occupa della diffusione di notizie riguardo i laogai e le altre violazioni dei diritti umani in Cina, ha pubblicato nel 2008 un catalogo dei campi di cui è a conoscenza e in cui sono elencati 1422 luoghi di detenzione attualmente attivi.

La storia di Tang Hui e della sua detenzione in un laojiao è diventata un caso politico poiché rappresenta un precedente importante per una possibile messa in discussione della pratica, spesso abusata dalla polizia locale cinese, di utilizzare i campi di lavoro come misura detentiva.

Il Quotidiano del Popolo, il giornale del Partito Comunista cinese, ha ad esempio scritto che ‘la
sentenza ispira una nuova e profonda fiducia nella giustizia’.

Da alcuni mesi in Cina si discute della volontà del governo di riformare il sistema giudiziario, compresa la pratica dei campi di lavoro. Gli avvocati di molte associazioni cinesi che si battono per la difesa dei diritti umani sostengono che probabilmente saranno creati dei sistemi detentivi simili, ma con un nome diverso e quindi più accettabili da parte dell’opinione pubblica.

La sentenza del tribunale di Hunan sul caso di Tang Hui, ha detto John Kamm, avvocato della fondazione cinese Dui Hua, si è basata soltanto sulla volontà del governo di calmare le proteste e non può essere considerata il primo passo per una futura riforma della giustizia”.

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