Il manifesto della buona finanza

La Cgil e la Fisac, il sindacato dei lavoratori del credito, hanno presentato il “Manifesto della buona finanza” , in sette punti, che contiene alcune proposte per riformare il sistema finanziario. Maurizio Minnucci, su www.rassegna.it delinea gli aspetti caratterizzanti questo “Manifesto”.

“Regolamentare la finanza e i derivati, con una black list di titoli per le banche commerciali. Riordinare le autorità di vigilanza, le fondazioni bancarie e la governance degli istituti. Separare le banche commerciali da quelle d’affari. Ridefinire il ruolo della Bce. E ancora, favorire la legalità e la finanza sostenibile, ridurre i compensi dei top manager e armonizzare la fiscalità europea per far ripartire gli investimenti.

Ecco in sintesi i sette punti del ‘Manifesto per la buona finanza’ promosso dalla Cgil e dalla Fisac, la categoria dei lavoratori del credito, presentato nella sede nazionale di Corso d’Italia.

‘L’obiettivo è scacciare la finanza degli stregoni e riattivare il motore verso l’economia reale’, osserva il segretario dei bancari Cgil Agostino Megale illustrando la relazione dell’istituto di ricerche della Fisac. ‘Come dice Amartya Sen, non esiste una cattiva finanza in sé, esistono cattivi operatori. La nostra idea è che la finanza torni al servizio dell’economia reale e del credito’.

Il manifesto è parte integrante del Piano del lavoro della Cgil e parla alle banche, alla politica e all’Europa.

Lo ha spiegato il segretario generale della Cgil Susanna Camusso: ‘Il nostro è un paese di risparmiatori e nel contesto bancario ci sono tanti lavoratori che devono poter operare in un contesto di corretta informazione. Dopo gli annunci fatti all’inizio della crisi, dove tutti erano determinati a ridefinire le regole della finanza, ci ritroviamo con un nulla di fatto: la finanza cattiva non è scomparsa, sono mancati interventi concreti sulle regole, soprattutto in tema di derivati’. E in questo quadro c’è una responsabilità anche delle autorità di vigilanza: ‘Non sempre – rileva la dirigente sindacale – la Consob ha utilizzato i poteri che la legge le attribuisce in tema di controllo e prevenzione’.

Un punto sottolineato anche da Marco Onado, docente dell’università Bocconi: ‘Abbiamo un problema Consob, l’autorità di vigilanza gestita da Vegas, dove è svilito il principio della collegialità e dove vengono utilizzate male le professionalità interne.

La Consob è stata inadeguata nella gestione dei precedenti scandali finanziari, venendo meno alla sua funzione di tutela dei risparmiatori’, con un più ‘un problema politico sulla idoneità dei suoi vertici’.

Un ragionamento più ampio, il suo, che parte dall’analisi della crisi: ‘Le banche centrali e i governi ci hanno raccontato che con l’austerità e la stretta creditizia si creano le condizioni per tornare alla crescita, ma la storia ha dimostrato il contrario’. Prima cosa, ‘per il debito privato in Europa, poi perché la crisi ha fatto a pezzi l’integrazione finanziaria’.

E intanto, osserva il docente, ‘l’Europa non ha ancora individuato vera exit strategy, fa sempre troppo poco o troppo tardi, tanto che anche l’unione bancaria sembra un miraggio’.

Ecco dunque la necessità di interventi sul fronte interno. Un dato su tutti: non è mai successo che in un anno il valore nominale dei prestiti alle imprese scendesse di 50 miliardi. ‘In parte è colpa della la crisi, ma dipende anche dal comportamento delle banche che eccedono negli investimenti sui derivati. Oggi quelle italiane hanno problemi di fondo e molto difficilmente aumenteranno l’offerta di credito a breve termine, serve una ristrutturazione efficiente e etica’.

Sullo sfondo c’è il tema dei lavoratori del credito, settore che negli ultimi 15 anni (dunque da prima della crisi) ha fatto sempre meno investimenti e guardato sempre più alle rendite, nel quale si sono registrate quasi 20.000 uscite di lavoratori solo negli ultimi anni.

E uno dei comparti in cui è più ampia la forbice tra le retribuzioni dei dipendenti e quelle dei manager. ‘Abbiamo scarsa fiducia nell’autoregolazione’ osserva Camusso. ‘Non è sufficiente a ridurre il divario, serve una regolazione legislativa come elemento di trasparenza’.

Idea rilanciata anche dalla Fisac in una delle sette proposte: ‘Insieme agli altri sindacati del settore  – annuncia Megale – ci attiveremo per una legge popolare sul tetto agli stipendi dei manager, il rapporto massimo deve essere 1 a 20’”.

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