La burocrazia ha trasformato i cittadini in schiavi

Nella pubblica amministrazione italiana la burocrazia è oggetto di frequenti ed anche pesanti accuse, soprattutto per quanto riguarda la qualità dei servizi erogati ai cittadini. In un articolo pubblicato su www.linkiesta.it Antonio Vannuzzo analizza i motivi alla base dei problemi creati dalla burocrazia e la possibilità che la sua azione migliori.

“…Se è chiaro a tutti che l’inefficienza della macchina statale paralizza il Paese, più complesso è risalire alle ragioni storiche dietro alla predominanza del formalismo delle norme e alla burocratizzazione della politica.

Per quanto la sua crescita tendenziale sia una caratteristica comune – e ineliminabile – di tutti i sistemi democratici, la leva per renderla economicamente sostenibile, nell’Italia in recessione, è il cambiamento di cultura dei grand commis di Stato: meno formalismo giuridico e più orientamento manageriale al cittadino, sulla scia delle riforme di metà anni ’90 di Clinton, Al Gore e Tony Blair. 

È inevitabile che le burocrazie pubbliche si siano espanse ed evolute con la nascita dello Stato moderno…

In Italia l’organizzazione del governo territoriale risale al periodo napoleonico, anche se, secondo gli storici, è la Prussia a dare portato intellettuale alla burocrazia. Tant’è che Max Weber criticò aspramente la classe dei burocrati lasciata da Bismarck.

Il problema italiano è di carattere culturale, c’è stata una sorta di trasposizione dei fini: la burocrazia non serve a risolvere i problemi pubblici ma, con una grandissima autoreferenzialità, si è concentrata soltanto sul mezzo, cioè le leggi, i lacci e i lacciuoli.

Personalmente non ritengo l’ipertrofia italiana sia dovuta a Napoleone o ai piemontesi, ma a una cultura giuridica che ha portato all’esasperazione della norma e il diritto fine a se stesso, dove il cavillo e la forma diventano la sostanza, e anche la tradizione dei rapporti tra  pubblica amministrazione, cittadini e imprese ha preso questa piega.

Questo fenomeno ha una spiegazione ben precisa: dalla seconda guerra mondiale, in Italia e in Europa, per evitare forme arbitrarie e controllare meglio il governo e il parlamento si è sostanzialmente burocratizzato tutto… 

Dopo la parentesi autoritaria, molto importante nel nostro paese – è durata 20 anni – dove addirittura il diritto non esisteva, è stata ripresa la tradizione del costituzionalismo liberale di Cavour, per fare in modo che lo Stato fosse al servizio del cittadino.

Da qui è fiorita una cultura iper-amministrativa dove si ragiona solo in termini di commi e articoli, perdendo di vista il problem solving, che il mondo anglosassone ha pragmaticamente messo al centro, sull’onda di Reagan negli Usa e della Thathcer in Inghilterra. Una pulizia di cui Tony Blair ha cercato di beneficiare.

Il tutto mentre in Italia la discussione si è fermata alla diatriba tra federalismo e centralismo, invece che al rapporto tra pubblica amministrazione e ‘stakeholders’.

L’altra spiegazione dell’ipertrofia è la mancanza di fiducia, tra gli attori del sistema, e allora la pubblica amministrazione si rapporta nei confronti dei cittadini come se fossero dei sudditi o quasi come se dovesse controllare ciò che fanno, il che va bene, ma nei territori dove c’è criminalità organizzata.

In Italia non siamo ai livelli dell’Ena francese, non c’è il prestigio dei ‘grand commis’ di Stato, tanto che da noi lavorare nella pubblica amministrazione è vista come una ‘second best solution’ a livello dirigenziale. Non a caso si trovano soltanto certe categorie di professionisti, come gli avvocati e i giuristi.

Il settore pubblico deve produrre beni immateriali e servizi di maggior valore come salute, strade, istruzione e giustizia. Naturalmente se c’è totale autoreferenzialità, la logica prevalente è quella funzionale all’autoconservazione. Ovvero un modello organizzativo chiuso, concentrato sui mezzi per ottenere il fine dell’autoconservazione, refrattario ai cambiamenti della società.

Purtroppo in Italia si addita sempre la politica come la responsabile di tutti i mali, ma se guardiamo gli ultimi cent’anni di storia italiana, il problema non è la politicizzazione della burocrazia, ma la burocratizzazione della politica.

I francesi dicono ‘i ministri passano i funzionari restano’, è la gabbia d’acciaio di cui parla Weber. Un esempio? In Lombardia l’autostrada Pedemontana è stata progettata nel 1963 e forse vedrà la luce con Expo 2015. L’orizzonte elettorale dei politici è troppo limitato temporalmente, perciò l’identificazione di un problema può essere fatta da un politico, ma la decisione, valutazione e messa in opera, cioè tutta la fase dell’implementazione, sfugge al politico ed è tutta in mano agli apparati amministrativi. Il potere vero è policy, non politics.

Per questo è necessarie una maggiore cultura e formazione nella gestione delle organizzazioni complesse come le pubbliche amministrazioni. 

Ci sono delle tendenze di lungo periodo, la legge di Parkinson insegna che le burocrazie tendono a crescere in maniera costante e che i burocrati hanno un interesse privato a incrementare il loro potere, ma se prima un’economia in espansione poteva in qualche misura assorbire gli sprechi, oggi non è più così.

Allora perché è difficile fermare lo sviluppo delle burocrazie? Perché manca una misurazione del risultato: la pubblica amministrazione non dispone di basi di dati empirici per valutare gli effetti delle decisioni, tant’è che il dibattito politico italiano ha un tasso di colesterolo ideologico altissimo.

In altre parole, è pressoché impossibile effettuare un’analisi dei costi e dei benefici. Una situazione alla base della mancanza di pressioni competitive per raggiungere i risultati: se manca il ‘benchmark’ come è possibile una valutazione di lungo periodo?

In Usa il ‘new public management’ ha cercato di mutuare completamente le ‘best practices’ dal settore privato, mostrando però dei limiti perché nel pubblico la cultura del profitto non può essere prevalente. 

Dal punto di vista delle istituzioni, occorre ripensare la preparazione delle classi dirigenti, puntando non più sulla cultura del diritto ma sul management. Paradossalmente al settore pubblico andrebbero più risorse, ma legate al risultato.

Al contrario, da noi la pubblica amministrazione è un parcheggio a bassa produttività. Con notevoli eccezioni: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la sanità italiana è un’eccellenza nel mondo”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: