Minori stranieri senza pediatra

Secondo la Simm (Società italiana di medicina delle migrazioni) in molte regioni italiane non viene garantito il pediatra di base ai minori stranieri privi del permesso di soggiorno.

Di tale situazione riferiscono Barbara Gobbi e Rosanna Magnano su www.sanitailsole24ore.com.

“Mezza Italia non garantisce il pediatra di base ai minori stranieri privi del permesso di soggiorno. E’ questo il dato più allarmante che emerge da una prima mappatura – in via di costante aggiornamento – realizzata dalla Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), sull’applicazione a livello regionale delle normative sull’assistenza sanitaria agli stranieri.

Già una precedente indagine del 2010 fotografava una realtà nazionale a macchia di leopardo: l’aspetto preoccupante è che poco cambia – soprattutto negli orientamenti degli amministratori e nella prassi quotidiana dell’accesso a ostacoli delle persone immigrate alle prestazioni dei servizi sanitari regionali – nonostante lo scorso 20 dicembre i governi locali abbiano sottoscritto all’unanimità l’accordo Stato-Regioni sulle ‘Indicazioni per la corretta applicazione della normativa per l’assistenza sanitaria alla popolazione straniera’.

L’accordo è frutto del lavoro di concertazione svolto fin dal 2008 dal tavolo tecnico interregionale immigrati e servizi sanitari, coordinato dalla Regione Marche, in sede di commissione Salute delle Regioni: la sua valenza è proprio quella di tracciare una rotta unica per tutti, ribadendo l’universalità d’accesso alle cure e alle garanzie sanitarie previste dalla normativa.

Un passo quanto mai necessario, vista la confusione di competenze e normative che in una visione distorta del federalismo ha portato con sé il rischio di derogare a criteri costituzionalmente garantiti.

‘La tematica salute e immigrazione – afferma Salvatore Geraci, coordinatore dei gruppi Sanità e Immigrazione della Simm – appare ambiguamente sospesa tra la legislazione esclusiva e quella concorrente in un pendolo di competenze e responsabilità. Gli stessi servizi sanitari regionali operano in modo molto difforme, spesso derogando dai Lea (livelli essenziali di assistenza) e dal principio di equità, particolarmente per i gruppi più vulnerabili come gli immigrati’.

L’unica Regione che ha formalmente recepito il documento con un decreto del commissario ad acta è il Lazio.

Se l’intesa di dicembre ha fatto da pungolo per determinate aree di applicazione, troppe amministrazioni restano impermeabili e spesso compiono passi in avanti solo sotto la spinta della magistratura.

E’ il caso della Lombardia, che dopo una sentenza del tribunale di Milano ha varato una circolare per fissare la tariffa forfetaria necessaria per l’iscrizione al servizio sanitario regionale degli over 65 regolarmente presenti in Italia per ricongiungimento familiare.

Altra maglia nera su questo indicatore va al Friuli Venezia Giulia. Eppure proprio su questo tema sette Regioni avevano cominciato a muoversi: fanno buona compagnia al Friuli soltanto Sardegna e Campania.

L’aspetto più grave è proprio la mancata assegnazione del pediatra di base in dieci Regioni.

All’accordo si sono adeguati Umbria, Friuli, Provincia autonoma di Trento, Lazio e Puglia, mentre la Toscana aveva già provveduto.

Il ‘vuoto’ parziale sul pediatra è una lacuna cruciale: lasciare il territorio scoperto proprio sul fronte dell’assistenza ai minori significa non solo privarli del diritto alla cura universalmente garantito, ma anche moltiplicare i costi e il rischio di patologie gravi a carico dell’assistenza ospedaliera.

Sette realtà, prevalentemente collocate al Nord-Est, avevano adempiuto già prima dell’Accordo all’obbligo di iscrivere in maniera temporanea al servizio sanitario regionale gli immigrati extra-Ue che presentano domanda di regolarizzazione o emersione dal lavoro nero. Liguria, Campania e Toscana si sono adeguate dopo il 20 dicembre.

Il panorama migliora nettamente quando si guarda alle cure essenziali prestate agli Stp: la metà delle Regioni è in linea.

Se si guardano invece i dati sugli stranieri comunitari, il quadro di presenta incerto in diverse aree, sia per i residenti sia per i genitori di minori italiani.

Estremamente variegata, infine, è la fotografia delle normative regionali per l’equiparazione dei livelli essenziali tra ‘codici Eni’ e ‘Stp’. In questo caso, dove manca la normativa si priva di fatto un’ampia fascia di popolazione comunitaria dei servizi minimi essenziali.

Le degenze imputabili a stranieri irregolari pesano solo per lo 0,34% sulla spesa ospedaliera (a fronte di un 94,57% attribuibile agli italiani e di un 4,09% agli stranieri residenti). Eppure, quando vengono ricoverati, dal confronto della spesa stimata per singola degenza tra italiani e immigrati irregolari emerge un gap tra il 40 e il 60% a carico di questi ultimi. Un doppio dato – evidenziato da un’indagine dell’osservatorio disuguaglianze nella Salute-Ars Marche – che mostra la distorsione generata dalla negazione, in troppe aree del nostro Paese, del diritto all’assistenza primaria, cioè sul territorio.

In assenza di una efficace ed efficiente rete di cure primarie in grado di intercettare i bisogni e le patologie emergenti, lo straniero arriva al ricovero spesso in pessime condizioni, tali da far schizzare in alto l’esborso per singola degenza.

‘E’ evidente – spiega Patrizia Carletti dell’ ‘osservatorio’ e coordinatrice del tavolo interregionale ‘immigrati e servizi sanitari’ – che andrebbero programmati servizi di base adeguati. Nell’attuale contesto nazionale in cui la necessità di ottimizzare le risorse è acclarata, fornire le cure di base a chi ne ha più bisogno significa anche assumere la responsabilità di operare in termini di efficienza, oltre che contrastare le disuguaglianze che, come noto, hanno ricadute negative su tutta la collettività’.

Di particolare urgenza è la presa in carico pediatrica: nel range 0-14 anni, infatti, il valore tariffario di ciascun ricovero è di gran lunga superiore negli immigrati non residenti rispetto agli italiani e agli stranieri residenti, che presentano valori simili.

Altra fascia d’età critica è, per gli irregolari, quella tra i 30 e i 34 anni, probabilmente a causa del ricorso all’ospedalizzazione per gravidanza, parto e interruzione volontaria di gravidanza.

Ricoveri tutti al femminile, che incidono per il 70% sul totale dei ricoveri relativi agli immigrati nel loro complesso. Mentre per gli uomini le cause principali di ricovero sono i traumi da infortuni sul lavoro e da incidenti.

Il ritratto dei costi di cura ospedaliera per gli immigrati irregolari tracciato dall’osservatorio disuguaglianze spunta le armi a più di un preconcetto: innanzitutto l’idea che in tempi di crisi e di spending review sanitaria tagliare fuori lo straniero dal servizio sanitario nazionale sia una ricetta utile.

In una visione più a lungo termine, ci si dovrebbe piuttosto chiedere se non sia più opportuno, sia sotto il profilo di equità sia sotto la voce costi e nell’interesse della salute pubblica, garantire un’assistenza tempestiva e adeguata a tutti gli individui presenti sul territorio nazionale. A prescindere dal timbro della questura”.

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