Donne disabili contro le mafie

In occasione della giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, organizzata da Libera, che si terrà il 16 marzo prossimo a Firenze, ho ritenuto opportuno dedicare questo post alla storia di due donne disabili che si oppongono alle mafie.

In due articoli pubblicati su www.superabile.it si riferisce delle attività svolte da queste due donne.

“Due storie esemplari di donne che, nonostante la propria disabilità, oppongono resistenza alla mafia e lavorano per contrastarla: Francesca Massimino ha ricevuto il premio ‘Donne, pace ambiente’, Emma Leone a vent’anni ha incontrato don Giacomo Panizza e la Comunità Progetto Sud.

Chi va a trovarla nella sua stanza alla Comunità Progetto Sud, la trova sempre con una sfilza di giornali davanti, il computer e il telefono. Impegnata a ‘tenere le fila’, delle tante iniziative sociali e antimafia che coordina.

Si chiama Emma Leone, ha 58 anni e vive su una sedia a ruote. Le prime difficoltà a camminare si sono manifestate a 14 anni. Era il 1969 e in casa Leone c’erano altri tre fratelli con la stessa malattia. Sette figli in tutto, di cui quattro con la distrofia; Emma, l’unica ragazza.

A vent’anni, nel 1975, Emma incontra don Giacomo Panizza, bresciano trapiantato in Calabria per fondare la comunità Progetto Sud di Lamezia Terme. Oggi è un ‘prete sotto scorta’ per aver sfidato la ‘ndrangheta…

Il racconto del suo passato è sorprendente. ‘Negli anni Settanta i disabili venivano deportati negli istituti del Nord, ma i miei genitori non hanno mai seguito questo consiglio che arrivava da vicini e conoscenti – ricorda -. I miei fratelli e io abbiamo incontrato persone che venivano dalla comunità di Capodarco, ora in provincia di Fermo, per scambiare idee ed evitare questa ‘deportazione’. Alcuni disabili calabresi sono partiti per fare un’esperienza di autonomia proprio a Capodarco, nelle Marche’.

Con il Comune di Lamezia è un braccio di ferro per ottenere una struttura abbandonata. Una battaglia vinta minacciando anche l’occupazione. ‘Siamo riusciti ad avere questo edificio forzando un po’ la mano e, prima di entrarci, l’abbiamo ristrutturato rendendolo accessibile, per avviare un’autogestione economica e strutturale. In carrozzina facevamo i turni per cucinare e lavare i piatti, senza differenze tra uomini e donne’, ricorda…

Ha fondato anche il Crep (Coordinamento regionale educazione alla pace), per formare volontari e insegnanti come educatori della non violenza. ‘Poi mi sono fermata: dovevo vivere con il respiratore, non avevo più le forze’.

Ma per lei stare ferma non è possibile. Inizia con l’attivismo antimafia: Progetto Sud riesce a ottenere il primo bene confiscato alla ‘ndrangheta in città. È una casa di tre piani nel quartiere di Capizzaglie; apparteneva al clan dei Torcasio, che vivono ancora nel cortile accanto. ‘Ci sono voluti dieci anni di lotte per averlo: eravamo soli. Dopo di noi, tante altre associazioni hanno chiesto beni confiscati: abbiamo sbloccato la situazione’, racconta. Oggi nel palazzo confiscato hanno sede l’associazione ‘R-evolution Legalità’ ideata da Emma, una comunità per disabili anziani e un’altra di accoglienza per minori stranieri soli.

‘Man mano che vado avanti, la distrofia diventa sempre più prepotente – confida senza un filo di rimpianto -. Da quattro anni e mezzo non esco più: sto 24 ore su 24 in una stanza ma vivendo, senza subìre la situazione. Ciò che mi interessa lo porto avanti da qui: non ci tengo a essere presente, mi sta a cuore il territorio’.

Intanto i clan diventano sempre più prepotenti. Le intimidazioni contro don Giacomo e la Comunità Progetto Sud si sono trasformate in veri attentati. A due persone disabili sono stati manomessi i freni delle automobili perché andassero a schiantarsi: ne sono uscite miracolosamente illese. Contro il bene confiscato, una bomba a Natale e spari di proiettili in varie occasioni: gli ultimi durante le feste pasquali…

‘Lavorare contro la mafia, in difesa del proprio territorio, è per me il massimo che si possa fare. Con la mia carrozzina elettrica giro da sola per il paese: non ho paura, ma ogni tanto mi sento osservata’.

Francesca Massimino ha 43 anni, è vice-presidente della cooperativa Placido Rizzotto – Libera Terra di San Giuseppe Jato, vive in un paese di circa 9.000 abitanti a 30 km da Palermo ed è in carrozzina a causa di un’atrofia muscolare spinale.

‘In 11 anni di lavoro per la Cooperativa Placido Rizzotto – Libera Terra, Francesca si è impegnata strenuamente nella lotta contro la mafia e nell’impegno per il riconoscimento dei diritti dei soggetti svantaggiati, per una società più giusta basata sui principi della legalità e della solidarietà, contribuendo a diffondere il concetto per cui la legalità non solo dà lavoro, ma paga anche i contributi’: è questa la motivazione con cui ieri sera la cooperativa A Sud le ha consegnato il premio ‘Donne Pace Ambiente’, per la sezione ‘Fuoco. Per l’impegno in difesa del territorio e dei diritti contro la criminalità organizzata’.

La cooperativa Placido Rizzotto, in cui Francesca lavora, è stata la prima in Italia a sperimentare, con successo, il modello di cooperative sociali sui beni confiscati alle mafie, avviato con la legge 109/96.

‘Mi occupo di tutto quello che riguarda amministrazione e contabilità, all’interno del consorzio che le cooperative del territorio hanno costituito. Per una persona disabile come me è tanto difficile trovare lavoro. Qualcuno mi dice: ‘Tutte le fortune le hai tu’: forse è vero, però è anche vero che mi sono mossa e ho fatto di tutto per avere un lavoro. Volevano che lavorassi da casa, ma io volevo uscire per andare a lavorare, confrontarmi con altri. Resto male quando incontro qualche disabile in carrozzina che mi dice di aver dormito fino alle 13: per me dormire è tempo perso. Ecco perché credo che già il fatto di dare lavoro a persone disabili sia, da parte della nostra cooperativa, un impegno sociale importante’…”.

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