Caporalato e agromafie

E’ stato presentato il primo rapporto, realizzato dall’osservatorio Placido Rizzotto, su caporalato e agromafie, fenomeni in forte crescita nel settore agricolo.

I contenuti di questo rapporto sono esaminati in un articolo pubblicato su www.rassegna.it.

“Illegalità e caporalato nel settore agricolo sono in continua espansione. Da Nord a Sud.

Agrumi, angurie, pomodori sono le principali colture ‘seguite’ dalla criminalità organizzata, ma sono sempre più numerose le segnalazioni relative all’export di qualità (come nel caso del settore vitivinicolo), alla macellazione clandestina e agli appalti sospetti relativi ai servizi.

Mentre la crisi ha aggravato ulteriormente le condizioni di migliaia di lavoratori impiegati nelle stagionalità di raccolta.

È quanto si evince dal Primo rapporto su caporalato e agromafie presentato a Roma dalla Flai Cgil (il sindacato del settore) e curato dall’Osservatorio Placido Rizzotto…

Se è vero, come ci dicono i dati Istat, che in agricoltura il sommerso occupazione nel caso dei lavoratori dipendenti è pari al 43%, non è difficile immaginare che sia proprio questo l’enorme serbatoio di riferimento per i caporali.

Un esercito di circa 400.000 persone in tutta Italia, di cui circa 100.000 (prevalentemente stranieri) costrette a subire forme di ricatto lavorativo e a vivere in condizioni fatiscenti.

Il caporalato in agricoltura, dunque, ha costo per le casse dello Stato in termini di evasione contributiva non inferiore a 420 milioni di euro l’anno. Per non parlare della quota di reddito (circa -50% della retribuzione prevista dai contratti nazionali e provinciali di settore) sottratta dai caporali ai lavoratori, che mediamente percepiscono un salario giornaliero che si attesta tra i 25 euro e i 30 euro, per una media di 10-12 ore di lavoro. I caporali, però, impongono anche le proprie tasse giornaliere ai lavoratori: 5 euro per il trasporto, 3,5 euro per il panino e 1,5 euro per ogni bottiglia d’acqua consumata…

L’osservatorio ha preferito perseguire un campo di ricerca qualitativo, chiedendo agli operatori coinvolti (magistrati, giornalisti, lavoratori, sindacalisti, esponenti delle forze dell’ordine e della società civile) di incrociare dati, esperienze, buone e cattive pratiche.

Dai contributi contenuti nel rapporto emerge una fotografia allarmante, in particolare sempre più forte sembra il rinnovato legame tra il crimine di stampo mafioso e un pezzo molto rilevante dell’economia del settore primario del nostro paese.

Sono le agromafie, nonché l’illegalità diffusa in una vasta zona grigia, che in questi anni ha scaricato sui lavoratori i costi del malaffare.

Quanto alle principali attività illecite delle mafie in relazione al settore agroalimentare, sono: estorsioni, usura a danno degli imprenditori, furti, sofisticazioni alimentari, infiltrazione nella gestione dei consorzi per condizionare il mercato e falsare la concorrenza.

La contraffazione alimentare è aumentata del 128% negli ultimi dieci anni, un giro d’affari di circa 60 miliardi quello legato al fenomeno dei prodotti definiti italian sounding e alla speculazione dell’italian branding.

Sono 27 i clan che si occupano attivamente di business legati alle ecomafie, alle agromafie e al consumo del territorio dovuto all’abusivismo edilizio e sversamento illegale dei rifiuti.

Un giro d’affari, quelle delle agromafie dunque, che secondo operatori istituzionali e della società civile si aggira tra i 12 e i 17 miliardi di euro l’anno, circa il 10% dei guadagni della criminalità mafiosa, così come quantificato dalla commissione Antimafia.

Il rapporto affronta anche i dati delle aziende confiscate nel settore agricolo (8%). Dati che potrebbero ingannare, visto che i beni di maggiore valore sottratti alla criminalità sono proprio le aziende del settore agroalimentare.

Dall’inizio del 2008 il numero dei beni aziendali confiscati alla criminalità è aumentato del 65%, un boom che testimonia la fragilità del nostro sistema economico.

Ad oggi, solo il 4% di queste aziende riesce a emergere dall’illegalità e dare una risposta alla domanda di lavoro e sviluppo su territori fortemente condizionati dalla presenza mafiosa.

Secondo le recenti stime dell’ufficio Legalità della Cgil, sono circa 80.000 i lavoratori licenziati dopo un provvedimento di confisca definitiva.

Dal rapporto, quindi, esce rafforzata l’idea della Cgil di promuovere una legge d’iniziativa popolare per tutelare i lavoratori delle aziende confiscate, nonché favorire un percorso di emersione alla legalità di queste aziende, per porle alla base di una strategia di rilancio di lavoro e sviluppo come antidoto a tutte le mafie”.

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