Oncologia, le cure non sono uguali per tutti

Solo 3 strutture su 33 adottano un sistema di incentivi o disincentivi per la registrazione in cartella clinica del dolore provato dai pazienti durante il ricovero e le terapie, a 2 anni di distanza dalla legge (la 38 del 2010) che invece la impone. E se 24 strutture hanno almeno predisposto un apposito spazio in cartella clinica, in 9 manca anche quello. Le attese sono molto diversificate anche all’interno delle singole regioni, oltre che tra le diverse Rrgioni. Questi sono solo alcuni dei principali dati che emergono dal rapporto, presentato a Roma, “Oncologia: personalizzazione delle cure, rispetto del tempo, consenso informato” e realizzato da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato.

Per arrivare alla stesura del rapporto sono state analizzate 33 strutture di 13 diverse regioni e i principali dati emersi sono stati resi noti con un comunicato pubblicato su www.cittadinanzattiva.it:

“Uno dei punti che destano maggiore preoccupazione è la difficoltà per i cittadini di accesso ai tempi di attesa per interventi chirurgici e procedure invasive in regime di ricovero ordinario/day hospital, poiché in rarissimi casi l’informazione è trasparente e immediatamente disponibile.

Una lettura dei dati relativi ai Percorsi Diagnostico Terapeutici (Pdt) fa emergere drammaticamente la variabilità di tempi per le stesse prestazioni tra le diverse realtà ospedaliere. La sensazione che lascia è di smarrimento e della nascita di un vero e proprio federalismo delle attese nello stesso territorio regionale…

Particolarmente preoccupanti sono i dati relativi all’accesso alle cure, in particolare per le persone che risiedono nelle regioni del Sud, e relative, oltre ai tempi di attesa, alle distanze tra servizio e abitazione (66,7% in generale, 73,9% al sud); alle difficoltà di spostamento individuali (43,6% nazionale, 52,2% sud), alla mancanza di persone che possono accompagnare a visita (41% nazionale, 47,8% sud)…

Solo in 12 strutture su 33 esistono protocolli e procedure per formare il paziente al ‘self management’; anche se durante il ricovero, gli infermieri ad esempio sono molto impegnati nell’informazione ai pazienti su interventi diagnostici (26 strutture) e terapeutici (28 strutture), al dolore che potrebbe provare (26 strutture), ai possibili effetti avversi (24)…”.

Alla luce dei dati contenuti nel rapporto, Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato ha indicato  alcune priorità di intervento:

– umanizzare davvero l’oncologia, per farlo, occorre applicare nei reparti l’ art. 7 della legge 38/10, vale a dire la registrazione in cartella clinica del dolore (provato e espresso dalla persona assistita), con le sue caratteristiche e l’evoluzione nel corso del ricovero;

– garantire il sostegno psicologico, anche ai familiari, in ogni fase dell’assistenza: dalla comunicazione della diagnosi alle cure ospedaliere e domiciliari, fino alle cure palliative e all’elaborazione del lutto;

– rafforzare politiche aziendali finalizzate all’umanizzazione delle cure, all’attenzione e all’ascolto della persona da tutti i punti di vista, comprendendo il consenso informato, anche attraverso momenti di formazione e di confronto;

– garantire la trasparenza , l’adeguatezza e l’omogeneizzazione (tra regioni e all’interno dello stesso territorio regionale) dei tempi di attesa per ogni prestazione (dalla visita, al ricovero, all’intervento, all’esecuzione di esami e di test genetici), rispettando gli standard temporali previsti dal ministero della Salute e rendendo pubblici per i cittadini i tempi che ogni realtà aziendale è in grado di assicurare, anche per gli interventi e l’esecuzione di prestazioni di anatomia patologica e test genetici.

Le richieste di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato sono ampiamente condivisibili, anche perché sembrerebbe quasi scontato che per malattie quali i tumori quanto auspicato dovrebbe tradursi rapidamente in realtà. Sappiamo bene invece che la situazione che contraddistingue soprattutto le strutture sanitarie del Sud rende l’accoglimento di quelle richieste di certo non molto facile. Nonostante questo non posso che continuare a sperare che, in generale, la qualità dei servizi sanitari erogati dalle strutture pubbliche migliori sensibilmente, soprattutto in quelle parti del territorio nazionale dove la qualità di quei servizi è del tutto insoddisfacente, e che questo avvenga in maniera particolare in quelle strutture che si occupano della cura dei tumori.

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