Quanto è difficile conoscere l’efficienza degli ospedali…

Tutti dovremmo essere in grado di conoscere la qualità dei servizi erogati dai diversi ospedali italiani. I motivi sono evidenti. La salute dei cittadini dovrebbe essere tutelata nel miglior modo possibile e tutti dovremmo essere in grado, utilizzando dati oggettivi, di individuare le “eccellenze” ed anche i punti di debolezza del sistema sanitario italiano. Attualmente ciò non è possibile.

E pensare che l’Agenas (Agenzia per i servizi sanitari regionali) ha appena completato uno studio in base al quale, utilizzando 45 indicatori di prestazioni e ricoveri ospedalieri relativi a 1.475 ospedali pubblici e privati accreditati, è stato possibile per la prima volta valutare la qualità dei servizi sanitari erogati da quegli ospedali, dando vita a delle vere e proprie classifiche.

Ma un singolo cittadino, visitando il sito dell’Agenas, non può accedere a questi dati.

Infatti le password d’accesso sono state consegnate solo alle Asl, agli ospedali e ai giornalisti.

Pertanto l’operazione trasparenza di cui si è vantato il ministero della Salute non mi sembra tale e comunque presenta delle carenze evidenti.

E se vogliamo acquisire qualche informazioni si deve fare riferimento ad un articolo di Paolo Del Bufalo pubblicato su “Il Sole 24 ore”.

Così scrive Del Bufalo “Le ‘classifiche’ ci consegnano intanto la solita Italia della salute a mille velocità, anche all’interno delle regioni…

Le performance che mostrano i 32 indicatori delle prestazioni (altri 13 riguardano l’ospedalizzazione e non misurano le performance, ma l’efficienza delle cure) sono estremamente diversificate.

Per infarto acuto del miocardio, ad esempio, la mortalità a 30 giorni va dal 28,32% dell’ospedale S. Giovanni Evangelista di Tivoli in provincia di Roma al 4,11% dell’ospedale di Città di Castello su una media italiana del 10,95%…

Meno distanti i risultati della mortalità a 30 giorni dopo un bypass aortocoronarico. Alla casa di cura Montevergine, (Avellino) il rischio è dell’8,22% mentre all’ospedale Mazzini di Teramo dello 0,23% contro una media nazionale del 2,78%.

Va molto male la mortalità per ictus al Civitacastellana (Viterbo) dove dopo 30 giorni dal ricovero muore oltre il 35% di pazienti contro l’1,17% del ‘Veris delli Ponti’ di Lecce.

Enorme la differenza per le fratture di femore operate entro 48 ore: dal 93,87% del Villa Scassi a Genova (dato fortemente in dubbio) all’1,02% del San Biagio di Marsala…

Nel confronto tra grandi strutture con grandi volumi di prestazioni, in cima per l’infarto ci sarebbe l’Umbrto I di Torino e in coda l’Umberto I di Roma.

Per la mortalità dopo intervento di bypass il Niguarda sarebbe in testa, per la frattura di femore operata in 48 ore in coda ci sarebbe il Policlinico di Verona e in cima l’Oliveto Citra di Palermo.

Insomma, il solito puzzle dell’Italia delle cure”.

Comunque ad una prima conclusione si può comunque pervenire. Nel sistema sanitario italiano ci sono effettivamente delle “eccellenze” di cui possiamo essere orgogliosi. Ma ci sono anche strutture che funzionano poco e male e purtroppo quest’ultime sono localizzate prevalentemente al Sud. E quindi, come scrivevo, in un precedente post, è meglio ammalarsi al Centro-Nord piuttosto che al Sud. Sempre che sia possibile…

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