Il suicidio infantile, un dramma dimenticato

Negli ultimi 27 anni, in Italia, 374 bambini tra i 10 e i 14 si sono suicidati. I dati provengono dal servizio per la prevenzione del suicidio dell’ospedale S. Andrea che li ha resi pubblici in occasione della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio che si è celebrata lo scorso 10 settembre.

Non sono quindi molti, per fortuna, i suicidi infantili. Ma non per questo devono essere trascurati. Anche perché i dati forniti dall’ospedale S.Andrea sono quelli ufficiali. Ed è possibile che il numero effettivo dei bambini che si sono suicidati sia maggiore.

Del resto in un articolo pubblicato sul periodico francese “L’Express”, nel quale sono contenute anche alcune dichiarazioni di Boris Cyrulnik, neuropsichiatra e autore dello studio “Quando un bambino si uccide”, Cyrulnik, riferendosi ovviamente alla situazione francese, sostiene che ormai il suicidio si sta presentando con sempre maggiore frequenza tra i piccoli.

Il 16% dei bambini al di sotto dei 13 anni sono convinti che la morte sia la soluzione a ogni problema, e ogni anno tra i 30 e i 100 ragazzini riuscirebbero a inseguire il loro scopo.

Secondo Cyrulnik, però, questa cifra è di molto sottostimata.

Secondo il rapporto da lui redatto, spesso i tentativi di suicidio vengono interpretati come un comportamento incosciente da parte del piccolo. Scendere da un autobus in corsa, attraversare la strada di corsa, buttarsi nel mare agitato o in un fiume impetuoso, sono tutte attitudini ascrivibili al tentativo di togliersi la vita.

Non si tratta di gesti premeditati, visto la natura stessa dei bambini, i quali vivono il presente.

E Cyrulnik ha affermato che i bambini, fino a sette anni, sono convinti che la morte sia un passaggio strano e reversibile. Sono convinti che si può morire per raggiungere il nonno che vive su una nuvoletta e aspettare di tornare sulla terra con lui.

I bambini si cacciano in guai pericolosi per sfuggire a un malessere, per domare la morte, per sfuggire alla paura della morte. Si tratta spesso di ragazzi che hanno conosciuto la morte dopo la scomparsa di parenti o amici.

Secondo Cyrulnik i più a rischio sono i maschi, in quanto le ragazzine riescono a vivere meglio la realtà in cui sono inserite dominando le loro pulsioni e valutando meglio cosa significhi il pericolo.

Il tutto perché, a parità di età, sono più mature e responsabili dei maschietti. Si tratta comunque di ragazzi dalla spiccata emotività.

Cosa propone Cyrulnik per impedire che i bambini che manifestano propositi suicidi li mettano in atto?

Il modo migliore è quello di garantire loro vicinanza e affetto. E’ la famiglia che deve rassicurare e coccolare il figlio, insegnandogli a gestire al meglio i suoi sentimenti. Se il bambino si sentirà compreso e considerato, sentirà meno l’esigenza di mettersi in pericolo.

Sia che si stia parlando di una famiglia numerosa sia di una famiglia a tre elementi, padre madre e figlio è importante stabilire dei rapporti duraturi e incoraggiare il ragazzo a frequentare la comunità in cui è inserito. Fargli fare dello sport, stimolare i suoi interessi, farlo sentire vivo.

Ed anche la scuola, sempre secondo Cyrulnik, deve agire di conseguenza.

La scuola non è solo allegria, insegnamento, amicizia. Per alcuni bambini può rappresentare uno scoglio quasi invalicabile. Si tratta dei ragazzi provenienti da famiglie difficili o sofferenti di una qualche patologia.

Se la scuola li accetta, apre le porte e il cuore, se trovano dei compagni che li fanno sentire speciali, utili, allora non correranno pericoli. Se vengono abbandonati a loro stessi anche in questo luogo, l’unica loro via d’uscita è la morte.

E’ compito degli insegnanti comprendere e interpretare i segni del disagio: isolamento, aggressività, mal di testa, mal di stomaco. Sono tutti segnali di un pericolo incombente. E’ compito della scuola e degli insegnanti aiutare i ragazzi a esprimersi, coinvolgerli, farli sentire importanti.

Concordo sul fatto che il ruolo della famiglia e della scuola sia importante per i bambini a rischio. Non credo però che l’impegno dei familiari e degli insegnanti sia sempre sufficiente. E’ indispensabile che siano attivi e ben funzionanti servizi sanitari pubblici che si occupino,con le competenze necessarie, dei problemi dei bambini. E per quanto riguarda l’Italia, soprattutto in questo periodo, la situazione è del tutto insoddisfacente. Un solo esempio, le strutture che si occupano di neuropsichiatria infantile sono presenti in un numero insufficiente (ciò avviene soprattutto nelle regioni meridionali ma non solo in queste). La vicenda dell’istituto di neuropsichiatria infantile in via dei Sabelli, a Roma, fondato da Giovanni Bollea, uno dei più importanti neuropsichiatri infantili a livello internazionale, morto il 6 febbraio 2011, è purtroppo emblematica. La chiusura dell’istituto è sempre più vicina perché la Regione Lazio non concede i necessari finanziamenti per garantire la prosecuzione della sua attività.

 

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