Poche residenze per anziani e di bassa qualità

Ieri è stato reso noto che sette infermieri di una casa di riposo di Sanremo sono stati arrestati per aver maltrattato diversi anziani. Ho ritenuto opportuno pertanto occuparmi di una dichiarazione di Carla Cantone, segretaria dello Spi-Cgil, pubblicata su www.affaritaliani.libero.it e di una ricerca, realizzata sempre dallo Spi, presentata nel corso di una giornata di studio su “Residenze per la terza età: scenari e prospettive”. Questa è la dichiarazione di Carla Cantone:

“La situazione complessiva delle residenze della terza età non è positiva: sono poche di numero, la qualità è ridottissima e c’è il minimo indispensabile.

C’è ancora molto da fare tant’è vero che spesso noi chiediamo che vi sia l’assistenza integrata alle famiglie per favorire la domiciliarità. Gli anziani più fortunati riescono a rimanere in famiglia, ma le famiglie devono essere aiutate e questo è un problema perché con il taglio delle risorse ai Comuni la domiciliarità è messa a rischio.

Per quanto riguarda le strutture si guarda di più allo spazio dove mettere l’anziano invece di verificare il suo stato di salute, la sua condizione affettiva, le necessità terapeutiche per essere accompagnato.

Non è detto che una persona che va in una residenza per anziani sia destinato a diventare non autosufficiente. Bisogna avere un progetto di tutela e di cura terapeutica.

E’ necessario coniugare i diritti di cittadinanza con i diritti di chi lavora arrivando a fare un patto di cittadinanza fra le famiglie, l’anziano che ne ha bisogno e gli operatori sanitari. Un patto per far sì che gli anziani, anche quando devono uscire dalla famiglia e ricoverarsi in un centro residenziale, vengano considerati ancora della persone.

Bisogna fare una scelta di civiltà, utilizzare risorse per rispondere a 12 milioni di persone di cui 3 milioni non autosufficienti e i fondi si possono trovare.

Occorre la presa in cura dal punto di vista della tutela sanitaria perché molti potrebbero essere recuperati ad una vecchiaia dignitosa.

E’ necessario anche che le strutture residenziali degli anziani siano aperte, che vi sia vigilanza e controllo. Non devono essere efficienti solo nel giorno della visita dei parenti ma devono esserlo sempre. Occorre poter entrare nelle residenze e controllare quello che succede. Non voglio criminalizzare nessuno, ma i casi di violenza sono troppi”.

In un articolo pubblicato su www.dirittiglobali.it (fonte Redattore sociale) sono stati esaminati i principali risultati della ricerca citata all’inizio (la versione completa della ricerca è disponibile sul sito www.spi.cgil.it):

“In Italia le strutture residenziali e semiresidenziali, sia pubbliche che private, sono circa 5.000, per un totale di oltre 265.000 posti letto e per oltre il 40% si tratta di case di riposo.

A fare il quadro italiano sulle residenze per la terza età è il Sindacato pensionati italiani e la Funzione pubblica della Cgil riunitesi presso il centro congressi Frentani di Roma in una giornata di studio sulle residenze per anziani.

Lo studio del sindacato premette alcuni dati di carattere generale: gli anziani in Italia superano i 12 milioni.

Di questi sono circa 3 milioni le persone comprese tra gli 80 e gli 89 anni. Circa 440.000 sono, invece, gli ultra 90enni. Le persone over 65 anni sono per il 58% donne contro il 42% di uomini.

Si ipotizza che la percentuale di anziani in Italia sarà del 24%. La percentuale è destinata a salire ulteriormente e nel 2051 sarà di oltre il 34%.

Secondo stime ufficiali ad oggi circa 2,7 milioni di anziani sono parzialmente o del tutto non autosufficienti. Anche questo dato però risulta essere in crescita e nel 2015 queste persone arriveranno ad essere 3 milioni.

L’indagine ha monitorato 564 strutture residenziali e 82 semiresidenziali, per un totale di 646 unità distribuite su tutto il territorio nazionale.

Delle strutture analizzate, il 43% è costituito da Case di riposo, il 27% da Residenze sanitarie assistenziali (Rsa), il 10% da Comunità alloggio, il 4% da Centri residenziali, il 3% da Case albergo e il 2% da Case famiglia. La rilevazione dei centri diurni semiresidenziali è stata, invece, accorpata in tre aree. La prima riguarda strutture per anziani fragili (54%), la seconda i Centri territoriali rivolti ad utenti anziani con Alzheimer (43%) mentre la terza un insieme di tipologie di altri centri con il 3%.

Un tema importante, quello delle residenze, anche a causa dell’aumento della popolazione anziana in Italia…”.

Le richieste di Carla Cantone sono condivisibili. Senza dubbio una politica pubblica per gli anziani non si può basare esclusivamente sulle residenze per la terza età. Ma un loro maggior numero e un aumento della qualità dei servizi erogati possono rivelarsi molto utili, soprattutto in prospettiva, considerando che la percentuale degli anziani sulla popolazione complessiva è destinata ad aumentare considerevolmente. Per raggiungere gli obiettivi appena citati, relativi alle residenze per anziani, sono necessarie maggiori risorse finanziarie pubbliche, del resto indispensabili anche per altri interventi riguardanti la terza età. E allora? Come è possibile ottenere maggiori fondi pubblici in un periodo nel quale si devono ridurre il deficit e il debito pubblico? E’ possibile, se si intende realmente riqualificare la spesa pubblica, eliminando i veri sprechi con la cosiddetta “spending review” e privilegiando gli utilizzi veramente necessari, tra i quali sicuramente le spese sociali e quindi anche quelle rivolte agli anziani.

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