Precari, su 100 assunti solo 18 a tempo intedeterminato

Spesso si sostiene che in Italia vi è un’ampia diffusione di rapporti di lavoro contraddistinti da una notevole precarietà, che riguardano soprattutto i giovani. Non sempre però sono disponibili dati precisi, relativi all’effettiva dimensione di questo fenomeno. Uno studio della Cgil colma questa lacuna. Mi sono occupato di questo studio in un articolo pubblicato su www.agoravox.it:

“‘Sono 46 le modalità contrattuali che permettono l’accesso al mondo del lavoro’, una ‘eccessiva flessibilità in entrata che potrebbe limitarsi a 5 tipologie’. La Cgil ribadisce la sua posizione elencando ‘una ad una’ le diverse tipologie contrattuali, con uno studio del dipartimento mercato del lavoro.

In questo quadro, ‘su 100 assunzioni soltanto 18 sono a tempo indeterminato’, spiega il responsabile del dipartimento, Claudio Treves.

Lo studio è un approfondimento per ‘fare chiarezza sulle diverse modalità di rapporti di lavoro e per dimostrare come il sistema sia caratterizzato da una eccessiva flessibilità’.

La Cgil rileva così che ‘sono infatti 46 le modalità di rapporti ma le tipologie che le racchiudono sono quattro: i rapporti di lavoro subordinati, parasubordinati, autonomo e in più i rapporti di lavoro speciali’.

Per la Cgil ‘tutto il mondo della para subordinazione è un’area di colossale elusione dagli obblighi della subordinazione: in larghissima misura – dice Treves – le collaborazioni a progetto, quelle occasionali, le partite Iva, sono trucchi per pagare meno e per avere più flessibilità’.

Ed ‘il culmine di questa operazione di elusione è rappresentato dagli associati in partecipazione. Sono apparentemente dei lavoratori autonomi che dovrebbero dividere con i loro associanti i frutti dell’impresa ma che in realtà il più delle volte sono lavoratori subordinati costretti spesso a pagare le perdite, come accade nel commercio dove se ne sta facendo largo uso’.

La Cgil ribadisce quindi ‘la necessità di ridurre drasticamente le tipologie per portarle a cinque: il lavoro a tempo indeterminato, l’apprendistato, il contratto di inserimento (o di re-inserimento), un tipo di rapporto a termine e il part time’.

E nel dettaglio, ‘il lavoro a tempo indeterminato deve continuare ad essere la forma comune dei rapporti di lavoro; l’apprendistato deve essere lo strumento principe di ingresso per i giovani nel mondo del lavoro; il contratto di inserimento deve servire per includere nel mercato del lavoro chi ne è stato escluso; un contratto a termine per le fluttuazioni dell’organizzazione del lavoro; il part time”.

Quanto al contratto prevalente, l’ipotesi in campo più accreditata in attesa dell’avvio del confronto sul mercato del lavoro, Treves osserva: ‘Bisognerebbe capire cos’è perché per adesso non si capisce che rapporto dovrebbe avere con l’apprendistato. Quest’ultimo è per noi il vero contratto di ingresso al lavoro. Al suo interno c’è uno scambio: costa di meno alle imprese, sia dal punto di vista contributivo che salariale, giustificato dal fatto che il lavoratore sta imparando un mestiere mentre la collettività si fa carico della sua formazione’”.

L’attuale dibattito sulla riforma che il Governo intende attuare relativamente al mercato del lavoro è incentrato sulla cosiddetta flessibilità in uscita. Si sostiene la necessità di ottenere una maggiore flessibilità in uscita, in pratica molti ritengono opportuno rendere più facili i licenziamenti. A parte il fatto che anche questa tesi è più che discutibile, si dovrebbe rivolgere la stessa attenzione, come nello studio della Cgil, alla flessibilità in entrata considerata spesso eccessiva. E le proposte del più importante sindacato italiano, presentate nello studio esaminato, mi sembrano condivisibili. Quanto meno dovrebbero essere oggetto di un’analisi approfondita. Comunque, è certo che sarebbe indispensabile prevedere, nell’ambito della riforma del mercato del lavoro promossa dal Governo, anche interventi che riducano la flessibilità in entrata, diminuiscano, cioè, in misura consistente, la precarietà che molto spesso caratterizza i rapporti di lavoro, soprattutto quelli che riguardano i giovani.

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